Dall’automazione all’intelligenza: come trasformare la customer experience

20 ottobre 2026 di
OMEGA3C, Grazia Galotti

L’automazione è ormai una componente strutturale del customer service. Chatbot, voicebot, IVR, strumenti di self-service e applicazioni di intelligenza artificiale aiutano le aziende a gestire volumi crescenti di richieste, ridurre i tempi di risposta e migliorare l’efficienza operativa. 

Tuttavia, automatizzare non significa automaticamente offrire una customer experience migliore. Il vero vantaggio competitivo nasce dalla capacità di utilizzare i dati delle interazioni per capire quali attività automatizzare, quali ottimizzare e quando affidare il cliente all’esperienza di un operatore umano. 

È questo il messaggio centrale del 2026 CX Landscape Report di CallMiner, realizzato su un campione di 700 decision maker senior di contact center e customer experience negli Stati Uniti, nel Regno Unito e Irlanda, in Francia, Germania e Sudafrica. 

 

L’automazione è diffusa, ma non sempre intelligente 

Il report evidenzia che il 99% delle organizzazioni utilizza oggi forme di automazione nelle interazioni con i clienti. Il 63% si considera altamente automatizzato, ma solo il 23% dichiara di combinare un elevato livello di automazione con un’ottimizzazione costante basata sugli insight provenienti dalla customer experience.  
Questa differenza è fondamentale.
Un’azienda può avere chatbot, sistemi IVR e workflow automatizzati, ma continuare a proporre percorsi complessi, risposte poco pertinenti o trasferimenti ripetitivi tra canali e operatori. In questi casi la tecnologia è presente, ma non è realmente guidata dall’intelligenza del cliente. 

Il rischio è creare una customer experience apparentemente efficiente dal punto di vista interno, ma frustrante dal punto di vista del cliente. Alcuni segnali tipici sono: 

  • il cliente deve ripetere più volte le stesse informazioni; 
  • il sistema non riconosce il contesto della richiesta; 
  • il chatbot non comprende una situazione complessa; 
  • il passaggio all’operatore avviene troppo tardi; 
  • l’automazione viene applicata a interazioni che richiedono empatia, giudizio o capacità di problem solving. 

Per questo l’automazione dovrebbe essere valutata non soltanto in base alla riduzione dei costi o dei contatti gestiti dagli operatori, ma soprattutto in relazione alla qualità del risultato ottenuto dal cliente. 

 

Dal dato all’azione 

Le organizzazioni raccolgono una quantità crescente di informazioni: trascrizioni delle conversazioni, dati operativi, survey post-interazione, feedback in tempo reale, recensioni online, commenti sui social e indicatori di performance di chatbot e voicebot. 

Il problema, secondo CallMiner, non è quindi la mancanza di dati. Il 100% delle organizzazioni intervistate raccoglie dati sulla customer experience e il 66% utilizza processi automatizzati per analizzarli. Eppure il 68% afferma di non sfruttare i dati CX al meglio. 

Il divario si manifesta soprattutto nel passaggio dall’analisi al miglioramento concreto: 

  • il 42% utilizza gli insight per migliorare soddisfazione, loyalty e retention; 
  • il 38% li utilizza per identificare e risolvere problemi prima che si aggravino; 
  • solo il 30% li utilizza per migliorare le performance delle interazioni automatizzate; 
  • appena il 22% li utilizza per decidere quali interazioni automatizzare. 

Per un customer service leader, questo significa che non basta misurare il Customer Satisfaction Score, il Net Promoter Score o il tasso di risoluzione. È necessario collegare questi indicatori alle singole fasi del journey e alle cause che generano insoddisfazione. 

Ad esempio, un basso livello di soddisfazione dopo una conversazione con un chatbot potrebbe dipendere da: 

  • una risposta errata; 
  • un linguaggio poco comprensibile; 
  • una sequenza di domande troppo lunga; 
  • l’assenza di un’opzione per parlare rapidamente con un operatore; 
  • un trasferimento senza contesto verso il contact center. 

L’insight diventa realmente utile quando permette di modificare il percorso, aggiornare la knowledge base, rivedere le regole di escalation o fornire all’operatore le informazioni già raccolte dal sistema. 

 

Una customer experience positiva richiede un ciclo continuo 

Il report mostra una correlazione significativa tra la qualità percepita delle esperienze automatizzate e l’utilizzo degli insight CX. 

Tra le organizzazioni che descrivono le proprie esperienze automatizzate come “molto positive”, il 49% dichiara di ottimizzare costantemente l’automazione utilizzando gli insight della customer experience. La percentuale scende all’8% tra le organizzazioni che riportano esperienze miste o negative. 

Il dato suggerisce che la maturità non consiste nell’automatizzare sempre di più, ma nell’istituire un processo di miglioramento continuo: 

  1. raccogliere le interazioni su tutti i canali; 
  2. analizzare conversazioni, feedback e dati operativi; 
  3. individuare frizioni, ricorrenze e cause di contatto; 
  4. decidere quali attività automatizzare o riprogettare; 
  5. supportare gli operatori con suggerimenti e contesto; 
  6. misurare l’esito dell’interazione; 
  7. utilizzare i nuovi dati per perfezionare il journey. 

Questo approccio può essere definito intelligence-led automation*: un’automazione guidata dall’intelligenza derivata dai comportamenti, dalle esigenze e dai feedback dei clienti. 

 

Il fattore umano resta decisivo 

L’intelligenza artificiale non elimina il ruolo degli operatori. Al contrario, il report conferma che automazione e competenza umana funzionano meglio quando vengono progettate come capacità complementari. 

Il 95% degli intervistati ritiene che gli operatori umani aggiungano più valore dell’AI in almeno una tipologia di interazione. Le situazioni in cui il contributo umano è particolarmente importante includono: 

  • problemi complessi e non standard; 
  • reclami ed escalation; 
  • situazioni emotivamente delicate; 
  • clienti vulnerabili o con esigenze specifiche; 
  • richieste con conseguenze rilevanti per il cliente o per l’azienda; 
  • casi che richiedono negoziazione, giudizio o empatia. 

Inoltre, il 73% delle organizzazioni dichiara che le interazioni automatizzate vengono trasferite a un operatore umano almeno nella metà dei casi, considerando complessivamente diverse tipologie di journey. Tra le organizzazioni con esperienze automatizzate molto positive, l’escalation verso l’operatore arriva al 76%, rispetto al 68% delle organizzazioni con esperienze miste o negative. 

Questo dato può sembrare controintuitivo, ma contiene un’indicazione strategica importante: un’elevata escalation non è necessariamente un fallimento dell’automazione. 

Può invece indicare che l’azienda ha progettato correttamente il punto di passaggio tra tecnologia e persona. L’obiettivo non è impedire al cliente di parlare con un operatore, ma evitare che debba lottare per riuscirci. 

Una buona automazione dovrebbe quindi: 

  • riconoscere rapidamente i propri limiti; 
  • trasferire il cliente senza interrompere il contesto; 
  • fornire all’operatore la cronologia della conversazione; 
  • indicare il motivo della richiesta e i tentativi già effettuati; 
  • evitare che il cliente debba ripetere le informazioni già comunicate. 

 

AI per potenziare gli operatori 

L’85% delle organizzazioni che utilizza l’AI la applica ad almeno un caso d’uso dedicato agli operatori. Tra gli utilizzi più diffusi figurano l’assistenza in tempo reale, il miglioramento della produttività e la formazione o il coaching. 

Il 99% ritiene inoltre che l’AI migliori la capacità degli operatori di svolgere il proprio ruolo. I principali benefici indicati sono: 

  • risolvere più rapidamente i problemi dei clienti; 
  • ricevere indicazioni e suggerimenti durante la conversazione; 
  • gestire richieste più complesse o articolate; 
  • migliorare accuratezza e coerenza delle risposte; 
  • ridurre il carico delle attività ripetitive. 

Per il customer service, questo significa utilizzare l’AI non solo come strumento di sostituzione, ma come vero e proprio “copilota” dell’operatore. 

Durante una chiamata o una chat, il sistema può ad esempio: 

  • recuperare in tempo reale le informazioni più rilevanti; 
  • suggerire la risposta più coerente con procedure e policy; 
  • identificare il sentiment e il livello di urgenza; 
  • segnalare possibili rischi di escalation; 
  • suggerire il passo successivo; 
  • generare automaticamente un riepilogo dell’interazione; 
  • evidenziare eventuali opportunità di coaching. 

L’operatore mantiene la responsabilità della relazione, ma può lavorare con maggiore velocità, precisione e continuità.

Il rischio: ottimizzare l’azienda, non il cliente 

Uno degli aspetti più rilevanti del report riguarda il rischio di prendere decisioni di automazione sulla base di obiettivi prevalentemente interni. 

Il 76% delle organizzazioni concorda sul fatto che l’automazione venga implementata in funzione di obiettivi interni più che delle esigenze dei clienti. 

Ridurre i costi, contenere i volumi, migliorare la produttività e diminuire i tempi di gestione sono obiettivi legittimi. Ma se diventano gli unici criteri di progettazione, possono compromettere la qualità dell’esperienza. 

Ogni progetto di automazione dovrebbe quindi rispondere ad alcune domande fondamentali: 

  • Il cliente ottiene una risposta più rapida? 
  • Il cliente riesce a completare il proprio obiettivo? 
  • Il percorso è più semplice rispetto a prima? 
  • L’automazione riduce o aumenta lo sforzo richiesto? 
  • Il passaggio all’operatore è semplice e trasparente? 
  • Gli operatori ricevono il contesto necessario? 
  • Il sistema viene aggiornato sulla base delle conversazioni reali? 

L’automazione efficace non è quella che devia il maggior numero possibile di contatti, ma quella che risolve correttamente le richieste e rende più semplice il percorso del cliente. 

 

Come tradurre il report in azioni concrete 

Le indicazioni di CallMiner possono essere trasformate in un piano operativo per il customer service: 

1. Mappare i journey prioritari: individuare le interazioni con maggiore volume, maggiore complessità o maggiore impatto sulla soddisfazione: richieste di assistenza, reclami, pagamenti, modifiche contrattuali, cancellazioni e problematiche tecniche. 

2. Analizzare le conversazioni reali: non limitarsi alle survey. Le trascrizioni delle chiamate, delle chat e delle email permettono di capire cosa accade davvero durante l’interazione e quali ostacoli il cliente incontra. 

3. Misurare l’automazione con metriche CX: accanto a contenimento, tempi medi e costi, monitorare: 

  • tasso di completamento del task; 
  • trasferimenti ripetuti; 
  • abbandoni; 
  • richieste reiterate; 
  • sentiment; 
  • customer effort; 
  • risoluzione al primo contatto; 
  • soddisfazione dopo l’escalation. 

4. Definire regole chiare di escalation: stabilire in quali casi l’interazione deve passare a un operatore e assicurarsi che il trasferimento avvenga con il pieno contesto della conversazione. 

5. Creare una governance condivisa: customer service, CX, IT, operations, compliance e risk management devono lavorare su obiettivi comuni, con responsabilità chiare e un processo strutturato di revisione. 

6. Utilizzare l’AI anche per gli operatori: l’AI può migliorare la qualità del servizio non solo rispondendo direttamente ai clienti, ma anche offrendo assistenza, formazione, suggerimenti e analisi agli operatori. 

 

Il messaggio del 2026 CX Landscape Report è chiaro: la prossima fase dell’innovazione nel customer service non sarà determinata da chi automatizza di più, ma da chi automatizza meglio. 

Le aziende più mature saranno quelle capaci di collegare tre elementi: 

  • l’intelligenza estratta dai dati delle interazioni; 
  • l’automazione dei processi realmente adatti alla tecnologia; 
  • la competenza umana nei momenti in cui servono empatia, giudizio e capacità di risolvere problemi complessi. 

L’obiettivo non è sostituire la relazione con il cliente, ma renderla più semplice, coerente e rilevante. Per riuscirci, ogni interazione deve diventare una fonte di apprendimento utile a migliorare la successiva. 


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*L’intelligent automation (automazione intelligente o automazione cognitiva) è l’integrazione di tre componenti tecnologiche principali: 

  • intelligenza artificiale (AI) 
  • robotic process automation (RPA) 
  • business process management (BPM) 

Questa combinazione consente di automatizzare non solo le attività operative, ma anche i processi decisionali. 
Nel concreto: 

  • l’AI analizza dati strutturati e non strutturati e genera insight 
  • la RPA esegue attività ripetitive e transazionali 
  • il BPM orchestra i workflow e garantisce coerenza nei processi 

Il risultato è un sistema capace di gestire processi end-to-end, adattandosi nel tempo e migliorando le proprie performance.


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